DEREBUS: la lohuela manifesta

venerdì, ottobre 24, 2003

 

La metafisica di Nabokov

 

Metafisica anche solo nel senso letterale di oltre la fisica, sia ora in vita, sia poi (e prima?) in morte; col fondamentale distinguo (del neobergsoniano Van di Adaoardore) che il futuro non ha status di tempo, ma, il futuro degli antichi essendo in parte passato, per analogia potendo parlare del nostro. Un secondo distinguo è che l’antropomorfismo è bandito, anche se com’è ovvio ci troveremo di fronte a un antropomorfismo semplicemente più complesso.

In vita. Esiste un mondo, parallelo al nostro, in cui le idee creative già esistono prima che noi le creiamo, a dal quale anzi noi ci limitiamo a cavarle. Un mondo quindi molto platonico, ed anzi platonico nel senso sciopenaueriano (arte come ricreazione di queste Idee). Senza questo mondo, o anche pragmaticamente (nel senso della possibilità di fare) senza la credenza in questo altro mondo, il Cernicev del Dono non saprebbe crear versi, né peraltro problemi scacchistici. Gli scacchi sono uno stimolo al platonismo (come nella Donna del Nadir e nella Favola degli scacchi di Bontempelli, et alia).

   In morte. Bandito ogni antropomorfismo, persiste l’idea di un calderone di energia cosmica newagistico (e, come si sa, molto oldagistico). Persistono addirittura due possibilità (addirittura due speranze, di cui una maligna e vendicativa, perché ci si augura la possibilità dell’inferno, epperò “stracciandola” ancor prima di dargli flatus voci, ma riservandoci almeno di pensarla difronte al nemico a cui non la diremo (Van sul letto di morte del “nemico”)): paradiso e inferno. Quest’ultimo sarebbe una disorganizzata e dolente persistenza della coscienza (come per altro anche nella trilogia cosmica di C.S.Lewis). Il paradiso, Terra (noi, gnosticamente, viviamo su Antiterra o Demonia; ma nel suo romanzo Van dice che la stessa Terra è tutta una truffa, a pro del trionfo estetico della sua idea, del suo romanzo, e di Ada), una condizione spirituale, ma in cui si crede davvero (“non è vero?”). In due parole: l’arte compiuta. Il terrore di quella disorganizzata forma di coscienza che si presume senz’altro dolente (per evidente analogia coi nostri stati psichici quando disorganizzati e/o disarmonici) porta alla speranza che invece organizzando esteticamente il tutto (tutto ciò che ci preme) in quella forma e non in altra, o almeno in quella modalità di forma, noi persisteremo, esteticamente felici.

 

p.s. Nabo, ma llo sai ch’ummi so’mmanco riletto :-)

postato da gorgide | 00:07 | commenti

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