| DEREBUS: la lohuela manifesta |
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domenica, febbraio 22, 2004 Al beowulf! Al beowulf!
Essere figlio di filologi è una vita difficile. Quando da piccino mi chiedevano che mestiere facessero i miei avrei potuto limitarmi a rispondere: fanno il professore e la professoressa. Ma ero figlio di filologi e allora puntualizzavo: fanno il professore di filologia romanza e la professoressa di filologia germanica. Per i più ovvi motivi, non riuscivo mai a spiegare cosa fosse 'sta filologia, e i tecnici aggettivi "romanza" e "germanica" non aiutavano nell'impresa. Ma siccome "germanica" assomigliava a "germania" (ahi fallacia! il tuo nome è paronomasia!) bypassavo allegramente la "romanza" e spiegavo che mia madre studiava l'antico tedesco. Non credo che siano in molti i ragazzini che annoverano fra i loro traumi infantili la scoperta che il latino non possiede le preposizioni articolate, e che dunque non tutte le lingue possiedono questa fondamentale (in quanto italiana) struttura grammaticale, eddunque eddunque... (con questo non voglio farvi credere che in quinta elementare io parlassi correntemente latino; il latino non lo so a tutt'oggi, all'università (come tante altre difficoltà in vita mia) ho bypassato anche quello - e questo, se non altro, mi mette al riparo da diverse vanitatum sapienziali). Non credo siano in tanti i ragazzini che hanno considerato perfetta la propria lingua per la corrispondenza fonemi-grafemi e che hanno di conseguenza subìto come imposizione paterna il fatto che invece questa perfezione non sussistesse (quasi! quasi! il maledetto quasi! ma intanto continuo ad aborrire l'inglese e a considerare la sua pazzesca discrasia fra suoni e resa grafica non meno restia a farsi apprendere degli ideogrammi cinesi, e molto meno affascinante - il che mi ha esentato ad oggi dall'apprendere come dottor Johnson e professor Kien comandano sia inglese che cinese). Non credo che parecchi- eccetera. Si può riscontrare una certa anaffettività nel fatto che non mi abbiano mai spiegato che filologia significa amore per la parola? O anzi questo mi ha affettuosamente posto al riparo dalle ironie che ne avrei senz'altro ricevuto in cambio? Certo, in primo luogo le loro. In quanto che la filologia è un amore per la parola che la colma d'attenzione ma non la fa traboccare di senso (sarà mia questa? mah). E nel frattempo mi sono scelto una materia, se non un mestiere, dal nome bypassabilmente complicato: Letteratura Comparata. Ma rispetto a gente come Steiner o Canetti, ebrei cosmolingui per diritto di nascita, mi sento un po' come una caricatura; io non so bene nessuna lingua, nemmeno quella assegnatami dallo stato-nazione di cittadinanza; la mia madrelingua (e si sa che a volte è seccante constatare quanto una lingua sia materna), per sorte e per ideosincratica scelta (avevo sette anni e due mesi), è la mia calata, e il sineddotico fenomeno fonetico che meglio la incarna (l'unico, si badi bene, degno d'un nome quasi proprio fra quanti la Parola ce n'ha dati): la gorgia. Ma per oggi il gorgide si è sputtanato abbastanza. Il resto alla prossima, disse Amleto. postato da gorgide |
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