DEREBUS: la lohuela manifesta

sabato, ottobre 25, 2003

 

   Volendo?

 

   Facciamo una statistica (il campione del mondo sono io, naturalmente). Si chiede: Sei capace di intendere? Le persone che mi stanno simpatiche abbozzeranno un sorriso e diranno qualcosa del tipo: Si fa per dire – ma di volere? S’intende abbastanza bene cosa voglia dire incapace di intendere, ma cosa cazzo vuol dire incapace di volere? I pazzi clinici davvero sono incapaci di volere anche solo un plumcake inzuppato nel thè caldo in una mattinata fredda? Nice diceva in qualche suo primo capitolo (dai secondi in poi, e chi se li ricorda) che razza di esseri inferiori siano quelli che non sanno resistere agli stimoli. Freud ghignava e prendeva nota. Ma ho scoperto oggi (linkatevelo da voi) che Freud non (ri)lesse Nice, nonostante lo considerasse vicino alla psicanalisi, anzi per questo – perché insomma era in un certo periodo di sviluppo delle sue idee e della loro pratica clinica – mentre nel periodo precedente aveva (ri)letto volentieri Schopenauer per simmetrici motivi – insomma non lo aveva voluto studiare perché temeva di esserne troppo influenzato. Maccome! Te, Freud, l’Adulto, quello con un Io grosso come un polder (era un uomo libero? Baudelaire avrebbe negato), proprio te mi ti confessi così spudoratamente impotente a resistere criticamente agli stimoli? Ovviamente non sono sorpreso davvero. Nice lo stesso, e per quanto rifiutasse di accendere il riscaldamento per puro stoicismo (sic) poi diceva chiaro e tondo (in un altro primo capitolo, o forse lo stesso) che – ci sono cose che non voglio leggere – e Schopenauer annuiva – e lo stesso Nice, sempre gravido spiritualmente, per gestire meglio le voglie leggeva e rileggeva Stendhal (idem Canetti scrivendo Autodafé, fra parentesi). E Freud, bisognerebbe stupirsi di uno che ha fondato tutto sul nulla delle sue suggestioni? No, non è che ci si stupisce. S’intende benissimo (si fa per dire): una razza di esseri inferiori incapaci di volere.

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venerdì, ottobre 24, 2003

 

Esibizionismi

 

Mia nonna aveva fatto la sesta elementare e la prima tenniha. Poi si era beccata la polmonite, era stata un anno a letto, non aveva ripreso gli studi (perché tanto era una signorina) nonostante alla scuola dell’Ajaccia, allo Stecco, frazione di Figline valdarno, la chiamassero “il cervello”, e la maestra non aveva finito di dettare il problema che lei lo aveva già risolto.

È campata parecchio. Dopo i novanta, sempre convinta di essere a pochi giorni dai cento, aspettava solo che arrivassero quelli della televisione che le domandassero: ma come ha fatto a campare tanto? E lei avrebbe detto: perché sono stata dimolto a casa mia! e si sarebbe levata la soddisfazione. Non era certissima nemmeno di questa verità, perché aveva sentito dire della quantità di incidenti domestici. Comunque, sapeva cosa avrebbe detto.

È morta a novantacinque anni, presso delle suorine care arrabbiate ma dolcissime nell’accompagnare all’ultimo passo. La ha estremamente unta il neocardinale fiorentino (quello a cui io, quand’ero al Giornale, ho fatto la domanda più di soddisfazione della mia breve carriera; era la conferenza stampa di natale, e mentre gli altri ponevano domande tappetino io chiesi lumi sulla sorte di quel prete accusato di genocidio dal tribunale dell’Aja che si nascondeva presso la diocesi; l’allora semplice neovescovo rispose imbarazzato rivelando per l’occasione che il protetto del suo predecessore era pronto a cosegnarsi, come accadde infatti il mese successivo; mi beccai la citazione nei lanci Ansa). Mia nonna è morta di polmonite; se l’era beccata per un boccone di traverso che le aveva lasciato i relativi bacilli giù per la trachea; senza essere interrogata dalla televisione nonostante avesse la sua bella risposta bell’e pronta. Di più: morendo, invocava sua madre, mamma! mamma!, mentre noi nipoti gli eravamo attorno, e io la dileggiavo: oh nonna! ma ti pare che la tu’mamma sia qua!. Nel suo ultimo momento di lucidità si voltò verso di me e mi disse: ’Gnorante!. Fu la sua ultima parola.

Ciao nonna.

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Il mio zelig

 

Non ho letto Moby Dick nella traduzione di Cesare Pavese (che non l’abbia letto in inglese va da sé). Uno dà per scontato che la traduzione Einaudi sia quella lì no? Invece no, bisognava cercarla nell’Adelphi.

 

p.s. anche ’sta storia della ri-lettura viene dall’Ognibene; grazie, ha contribuito a incidermi ’st’ascesso di grafomania

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La metafisica di Nabokov

 

Metafisica anche solo nel senso letterale di oltre la fisica, sia ora in vita, sia poi (e prima?) in morte; col fondamentale distinguo (del neobergsoniano Van di Adaoardore) che il futuro non ha status di tempo, ma, il futuro degli antichi essendo in parte passato, per analogia potendo parlare del nostro. Un secondo distinguo è che l’antropomorfismo è bandito, anche se com’è ovvio ci troveremo di fronte a un antropomorfismo semplicemente più complesso.

In vita. Esiste un mondo, parallelo al nostro, in cui le idee creative già esistono prima che noi le creiamo, a dal quale anzi noi ci limitiamo a cavarle. Un mondo quindi molto platonico, ed anzi platonico nel senso sciopenaueriano (arte come ricreazione di queste Idee). Senza questo mondo, o anche pragmaticamente (nel senso della possibilità di fare) senza la credenza in questo altro mondo, il Cernicev del Dono non saprebbe crear versi, né peraltro problemi scacchistici. Gli scacchi sono uno stimolo al platonismo (come nella Donna del Nadir e nella Favola degli scacchi di Bontempelli, et alia).

   In morte. Bandito ogni antropomorfismo, persiste l’idea di un calderone di energia cosmica newagistico (e, come si sa, molto oldagistico). Persistono addirittura due possibilità (addirittura due speranze, di cui una maligna e vendicativa, perché ci si augura la possibilità dell’inferno, epperò “stracciandola” ancor prima di dargli flatus voci, ma riservandoci almeno di pensarla difronte al nemico a cui non la diremo (Van sul letto di morte del “nemico”)): paradiso e inferno. Quest’ultimo sarebbe una disorganizzata e dolente persistenza della coscienza (come per altro anche nella trilogia cosmica di C.S.Lewis). Il paradiso, Terra (noi, gnosticamente, viviamo su Antiterra o Demonia; ma nel suo romanzo Van dice che la stessa Terra è tutta una truffa, a pro del trionfo estetico della sua idea, del suo romanzo, e di Ada), una condizione spirituale, ma in cui si crede davvero (“non è vero?”). In due parole: l’arte compiuta. Il terrore di quella disorganizzata forma di coscienza che si presume senz’altro dolente (per evidente analogia coi nostri stati psichici quando disorganizzati e/o disarmonici) porta alla speranza che invece organizzando esteticamente il tutto (tutto ciò che ci preme) in quella forma e non in altra, o almeno in quella modalità di forma, noi persisteremo, esteticamente felici.

 

p.s. Nabo, ma llo sai ch’ummi so’mmanco riletto :-)

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E puttane alle puttane/2

 

Credo di non aver mai sentito dire puttana in senso tecnico, nel senso di una che la dà a pago. In quei casi si dice prostituta (ché poi nei casi di negre e slave dei viali bisognerebbe dire schiave). Quando si intende l’insulto sessista si dice puttana (questa l’ho sentita). E anche quando si scherza si dice puttana. È una fissazione da lessicologi involontari quella di voler tenere sempre al primo posto il significato letterale di una parola. Puttana, più o meno scherzosamente, si dice di una facile. Ci piacciono le facili? Ne ho sentiti che no e che davvero le disprezzano. Inconcepibile. A me, e sono con la stramaggioranza, mi piacciono un sacco. Dipiù: ho il culto della facilità, e manco solo in quello (facile-difficile è forse l’asse portante delle mie idee sulla vita, e non credo che ne verrò a capo). Credo fermamente che il vero insulto sia (dietro a puttana) e debba essere (portandolo davanti) rizzahazzi. Le veline (o le loro antenate del Drive-in, che a me i miei non mi facevano vedere) non sono delle puttane; sculettano dietro uno schermo; sono delle rizzahazzi. E il loro comportamento è rizzahazzògeno nel senso che lo drizza e nel senso che le ragazze lo emulano. Da cui il mio grido disperato: l’uomo è pronto, la donna no!. Ma tralasciando simili inutili regressioni (grazie Signore del fatto che ciò che ogni tanto grido non sia vero) l’unico invito non può che essere: scopiam!

Segaiolo. È un insulto sessista, occhèi. Ma se io mi glorio di essere un puttano, e nemmeno a pago, e nemmeno a prezzo di piacere (ché l’amore e pure l’amicizia mal sopportano di essere il mercimonio a prezzo di piacere teorizzato da Epicuro) ma come atto gratuito – voglio d’altro lato investire anche l’altro sesso di tutta la segaiolitudine che si merita. Ne ho sentite che si vantavano delle proprie seghe, e facevano pure bene. C’è una metafora che si sente di continuo e che ancora non sono riuscito a razionalizzare con una certa coerenza. Che cos’è una sega mentale? Nel senso comune un’attività cervellotica senza costrutto. I fagioliani (gli adepti dello psicanalista Fagioli; ho già avuto occasione di citarne perché ne conosco diversi; prima o poi ve li spiego) sostengono che sega mentale sia qualsiasi atto privo di passione. Passione vs Marchetta, insomma; e marchetta fisica come sega dentro una donna. Ma in questo senso anche una sega fisica, se fatta con passione, non è una sega (ahi la contraddizion che nol-). Le seghe fisiche hanno però una caratteristica: sono il soddisfacimento allucinatorio di un desiderio di polluzione. Allucinatorio. Immaginano una collaborazione. E le seghe mentali (tipo questa)? Immaginano un pubblico. E se cercano di compiacerlo sono invece marchette al piacere altrui? In questo senso questa è una sega solitaria, per me, per pura passione e pubblico ideale, praticamente una scopata. Mi asciugo e continuo.

La Deficiente è come quella personaggessa di Wilde (nelL’importanza di essere Ernesti) che teneva un diario privato e quindi destinato alla pubblicazione. Il suo diario fittizio è un esempio, al limite della nausea, di letteratura femminile bidimensionale.

Io, qua, “rinvio alle librerie” (come diceva di sé Montaigne) anche i miei amici a cui queste cose non ho mai detto (le ho dette, le ho dette).

La prima era una puttanella, una segaiola. Il secondo un pedagogo. Ma dove starebbe ‘sta differenza? Nei blog c’è di tutto di più o meno. A proposito di molti la Deficiente (acuta tropizzatrice) ha ragione. Di molti altri no. Semplice. Chi deciderà? Te, deficiente; e magari sulla base della scrittura, o almeno delle sue potenzialità, et voilà. Questo è un diario pubblico (anzi, per esser meno, anzi dipiù, segaiolo, una diaria: Cara diaria, pagamene!) e quindi destinato ad uso privato. Cari amichètti, volete sapere qualche cazzo mio? Ecco la libreria on line. Pensate: ‘Sto volume è pure gratis.

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giovedì, ottobre 23, 2003

 

(Parentesi:

 

qua si sperimenta l’ipotassi del mio pensiero. Dice: si capisce una sega. Appunto. Arrivederci e grazie)

 

(p.s. ho fatto un incubo: facevo una lunghissima confessione; ero quasi arrivato al peccato principale (avevo affondato le dita nel costato di cristo – ma non ciavevo creduto lo stesso) quando mi è venuto il sospetto che di là dalla retina non ci fosse un semplice disponibile prete bensì- br.)

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E puttane alle puttane/1

 

Roba da vivi. (Altri sosteneva che la differenza fra una Problema e una Partita (sempre ’sti scacchi) è la stessa che passa fra una poesia e una polemica giornalistica. Ma d’altronde era una creatura di quello che scrivendo sull’Ulisse sosteneva che il capitolo di Eolo è mal strutturato e quindi non degno di interesse; ma lo aveva riletto? E almeno letto?). Lo scontro fra la Deficiente del Foglio e i blogghisti. Il topos fondamentale del primo pezzo di ‘sta femmina è che si tratta di un branco di segaioli. Il giudizio fondamentale del qui scrivente (teniamo arta ’sta notizia vah) – tralasciando il merito (quello che si oppone al metodo) ed andando al merito estetico - è che il suo primo pezzo sull’argomento fosse fantastico, mentre i due che lo hanno seguito (l'ultimo oggi) fan cahare, e missa est andate in pace - in guerra – fate icché vi pare. Qua non si difende una categoria della quale si fa poco parte – ma in linea di principio sì, che roba è ’sto supporto telematico su cui sto scrivendo? Epperò se ne aprrofitta per dire due o tre cose.

Segaioli. Il miglior blogghista in circolazione (quello che, in due parole, è un piacere leggerlo) si chiama Leonardo. Un post-comunista etnico (il gorgide vive in un mondo di post-cattolici e post-comunisti, toh: di post-cattocomunisti; la tipologia in sé non è certo singolare per un fiorentino più o meno neocone, in vero radicale) di cui segnaliamo almeno lo splendido Diario di Cuba del suo amico Davide Pocobene (lui, invece, è l’Ognibene). Ho rivangato un po’ nel suo passato, a scopi non bullistici nonostante io sia un fogliante e di conseguenza non condivida la sua semplicistica analisi a proposito del Foglio; se fossi un editore gli chiederei di concedersi ai miei tipi. Avrei da dirgli due o tre cose su Papini e da leticarci sulla politica (forse prima o poi ci sarà occasione). Intanto. Segaioli. Leonardo sostiene che si tratta di un insulto sessista. Vero. Anzi, visto il suo corrispettivo femminile, puttane, l’unica cosa che mi ha stupito di questa faccenda è che nessuno, alla Soncini che si vanta di essere pagata, gli abbia dato di puttana. Non c’è più religione.

Io, da un bel po’ di tempo, conduco fra me e me una riflessione sul puttanesimo, e sulla sega. È anche per questo che mi interessa Giuseppe Genna (compresi i suoi splendidi noir), per quanto il Miserabile (come dice Sofrino: mai che faccia qualcosa semplicemente per scherzo) ritenga il mercato sinonimo di inumano e antiumano, il che, per me, è semplicemente una cazzata. È anche per questo (anzi, in questo) che su Sguardomobile potete trovare una mia versione di alcuni versi di  Corbière. Il mercato è una roba dimolto neutra, uno spazio neutro per definizione, spazio neutro dello scambio inventato per non farci scannare a vicenda ed anzi farci crescere materialmente; compiti a cui assolve benino quando subordinato allo spazio rituale della politica (oh libertà!), quando in vetta al foro adamsmithiano si può trovare la vichiana ara (’sta sviolinata la proseguo in altro momento).

Segaioli, puttane. Mi piace dar la parola alle parole, anche alle peggiori. Trovo che spesso, così perdendosi in chiacchiere, si possa dare il fatto loro ai fatti nostri. Me la canto e me la ballo? Boh. Ma almeno melodia e coreografia sono di vostro gradimento? Ed ho mai fatto male a nessuno? E mi sono divertito? Un tale (sig, ho scordato chi) ha scritto di recente un libro che dice bene del Foglio, e delle sue parole, persino del suo spregiudicato sdoganamento delle parolacce; questi mette però in guardia dall’effetto nihilista che alla lunga il suddetto uso di parole e parolacce potrà avere. Traduciamo nel nostro quasi italiano. Puòssi usare il toscano per i suoi effetti di rottura (così predicava Baldacci); se se ne abusa si scade nello stenterellismo (perdita di efficacia, ozio edonistico, nihilismo) - dice. Puòssi bestemmiare con foia da Capaneo o da Abbibbia del Belli; se si abusa del moccolo, questo diventa scolorita interiezione - dice. Si possono scrivere romanzi noir; se questo processo lo si automatizza, i relativi appartenenti al medesimo genere diventano una schifezza – dice. Secondo Sklovskij letteratura è lotta all’automatismo, è risemantizzare ogni depauperato tropo, è ridar vita d’arte alle convenzioni morenti; il serbatoio della letteratura bella (lasciamo stare ‘alta’) sono i generi, e le metafore e metonimie perse nella lingua. Io sono d’accordo a metà; letteratura è ridar ragione all’automatismo come automatizzare il ragionato; ’sto tipo di processi è uno strumento, il letterato ne fa uso in un senso o nell’altro, il risultato si vedrà (ma anche di questo altrove altrove). Un tipo di scrittura è quella bidimensionale, la quale fa uso del grado zero dei tropi; le due parole i cui campi semantici (e bidimensionali) ci interessan qua sono puttana e segaiolo, due insulti sessisti.

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Scrivere (di a da in per con su per trafrà) nulla

 

Un bel dì entrai in una stanza vuota. C’era un letto a due piazze con le lenzuola appena rincalzate, un cassettone e un tavolo, bianco come le pareti. Era vuota come i suoi scaffali, e da ogni angolo mi giunsero eco su eco, (ma non quel sacco di flati vocis degno di quello di eolo e delle sue gazzette che chissà poi dove mi hanno portato, forse al punto di partenza, come accadde a quel tale). Ovviamente erano i morti. I morti non dàn fastidio, non rispondono “davvero” nemmeno alle nostre interlocuzioni, le conversazioni che ci puoi condurre sono perfettamente analogiche, a domanda s’incatena domanda, a risposta s’allaccia risposta. Quella stanza era a Sandonato in collina, quattrocento metri sul livello del male (cioè del mondo, oh Giovanni), ed io vi stetti come un papa o come un chierico restante per tutta la bella durata del mio soggiorno.

Ora io son qua, vivissimo ma come morto (anche Gesù è morto, d’altronde, e se qualcuno lo ha visto vivo in carne ed ossa è pregato di fissarmici un appuntamento), o non nato, o l’unico vivo. “Passato e nulla assoluto - diceva il mal Mefistofele - identità perfetta”. E un teorico della nostalgia diacronica come il neobergsoniano Van dell’Adaoardore di Nabokov negava lo status di tempo al futuro, che in effetti possiamo allo stesso titolo fregiare della qualifica di nulla assoluto. Ma io, dopo tanta diaottica della Commedia, sono di natura durantologico (altro che rilettura e quadro e spazialità, caro Nabo!), e ora, ora son qua come il cliché stampato su una pagina bianca come le pareti di una stanza piena di morti, come la quarta parete (io qua dietro la quinta) di una pagina virtuale, di nulla. A domanda magari risponderò, ma come risponderebbe un morto, dandoti ragione (dirti dirty dirtj) della genesi del testo e del suo eterogenetico fine, ma più chiedendotene del fatto di esser morto (o vivo, per carità). Le vere eco non ripetono la domanda, sono in risposta. Se volete esserne, adeguatevi.

Le necrusìa è la forma lecturae principe della civiltà dell’occaso; leggere vuol dire questo;  e così leggere quel che ci circonda e ci penetra. Che vergognoso imbarazzo quelli che sostengono di essere autori vivi. Non si sentono scomparire? Non vorrebbero sotterrarsi? Siete morti, imbecilli, lo volete capire o no? Se volete parlarci dalla tomba seguite i consueti riti di evocazione. A Sandonato, o dovunque ci troveremo, forse vi daremo orecchio. Ci sono un monte di stanze vuote o semipiene da infestare. Amici, per carità, siamo tutti amici (per compagni ci teniamo quelli di carne). E in quanto tali terremo fra noi agoni e conversazioni, saremo portatori più o meno sani di memi egoisti e di topoi si spera ameni. Agoni come quelli di Bloom (perché, come Larochefoucauld si piccava di sapere, c’è sempre qualcosa che non ci dispiace nelle disgrazie dei nostri amici). Conversazioni (se avete la fortuna di essere troppo pigri e/o superbi per essere invidiosi) come quelle di Steiner. E le nostre parole saran quelle così scientificamente studiate di Curtius. Rese così vive (deautomatizzate, ma varrebbe anche il contrario: tropizziamole!) da Sklovskij.

A chi parlo? Da una vita parlo come giulio presente e già passato ai giuli futuri. Capibile, capacitabile forma mentis. Ho ragione? Ho torto? Questioni di forma; questa isotopia è troppo spampanata perché la possa davvero considerare la via del diritto, ma andando avanti, chissà che almeno qualche traccia… (e le gazzette? Vedi al post successivo). Su un muraglione grigio a cui passai accanto mentre andavo in montagna una volta vidi scritto (ma la scritta è ancora lì): grazie lo stesso. Uau, un titolo in più per la mia autobiografia.

Firmato giulio, all’ora che è.

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lunedì, ottobre 20, 2003

    Gentile dottor Maurovic Braccini,

 diciamo che ho letto i suoi due testi accademici. Noto che nel primo vi è un gran rispetto per la letteratura, mentre nel secondo non è possibile non rimarcare un netto calo dello stesso rispetto. Poiché del secondo i miei testi sono l’oggetto principale e, come Lei dice (o dirà, nei paragrafi che mi riguardano), il riferimento ideologico, mi viene spontaneo domandarLe: perché? Non essendo possibile addebitare tutto ciò alla qualità dei miei romanzi mi vien fatto di domandarLe: ce l’ha con me?

 Cordiali saluti,

 V.N.

 

Gentile professor Nabokov,

no, non ce l’ho con lei, ed anzi sono forse affezionato, fra i suoi testi, proprio a quelli che lei stima dipiù. Sta di fatto che la vita è durissima, che di Luzin e del Knight ho un ricordo solo parzialmente piacevole della prima lettura (che per me, come lei saprà, è molto più di un semplice strumento ermeneutico), che Bartleby si sta leggendo le relative edizioni con mie sottolineature (se non capisce cosa c’entri Bartleby vuol dire che non mi ha richiesto in lettura Dirti Dirty Dirtj, ed in effetti non lo ha fatto e peggio per lei), e che la sua idea della rilettura come unica possibile lettura, per quanto non sia una bojata pazzesca, è però un’estremizzazione idiologica che cozza con tutte le mie ideosincrasie (sì, ha letto bene: idio- e ideo-; si tratta di un lapsus, ma lo mantengo, perché Freud mica cià tutti i torti sa?). Ciò detto, e detto anche che mi dispiace, grazie lo stesso e alla prossima,

 suo

 giulio braccini

 p.s. faccia finta, la prego, che l’assenza di patronimico nella mia intestazione (e nella sua siglatura, d’altronde) sia frutto di scelta e non dell’ennesima smemoratezza

 

 Gentile Maurovic Braccini (il dottore lo risparmio),

 mi è a questo punto del tutto evidente che Lei, nella migliore delle ipotesi, è un maledetto generalizzatore indegno di toccare anche con la punta delle dita anche solo la traduzione delle mie opere in italiano curata da mio figlio. Anzi, La diffido dal farlo. Spero che abbia letto Fuoco pallido, così si asterrà dal contaminarlo ancora offrendo uno specchio di troppo al Suo Kinbote. L’unica cosa in cui il Suo metodo di lettura Le gioverà è che non rileggerà gli scritti di Monsieur Froid de Signy-Mondieu-Mondieu perché senz’altro li ha già letti (e apprezzati!). La prego di non attribuirmi oltre un dialogo con Lei, per altro infarcito di stilemi tutti e proprio Suoi, a partire dalla doppia negazione (che qualsiasi Maestro le proibirebbe) che sono certo di non avere mai usato altrove che in queste (non) mie.

 Proprio,

 V.N.

 

 Ahsgià, Nabo, ’ummi rammentao ch’un tu ssa’manco l’ithaliano. Mapp-!

g.

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Stuprate a Stoccolma

Il mio prof di religione delle medie (oggi consigliere comunale del ccd) diceva che anche in quei casi è un “atto d’amore” tenersi il bambino (che doveva dì, lo pagava la Curia, anche se a quei tempi almeno non erano di ruolo). Si trattava delle stuprate etniche in Bosnia. Un giornale, a da analoghe parole del papa, titolò qualcosa come: Santità lasci fare a loro. Eccomi a margine.

Cos’ha a che fare l’orgasmo femminile con una colpa? Poco, vabbè. Ma l’orgasmo femminile, teleonomicamente parlando, serve a far andare la donna incinta più facilmente; per l’effetto risucchio (che rende l’orgasmo simultaneo la cosa più metafisica dell’universo (gli adepti di Fagioli mica ciànno tutti i torti), e che viene simulato dalla pipa detta e fatta col medesimo) e perché la donna goduta, spossata, se ne resta a diacere piuttosto che mettersi subito a far qualcos’altro in posizione orizzontale facendo così fuoriuscire il grazioso/colposo seme come ancora fanno le scimpanzesse. Ora: se far bambini è una colpa è ovvio che anche l’orgasmo femminile lo è. E lo è tanto più quanto teleonomicamente affinato a questo compito. Perché una colpa? Lasciando fare le metafisiche calderonian-sciopenaueriane (pues el peyor delito/ es de haber nacido), può essere una colpa perché non si è “sposate”; se il lui della situazione, ripresosi dalla sbornia coitale e dai postumi postcoitali, si alza e se ne va (come non solo gli odierni scimpanzé fanno) la donna ha commesso una vera colpa nei propri confronti (lasciamo fare il pargolo) perché le sue probabilità di sopravvivenza, incintata com’è, diminuiscono drasticamente (e del pargolo in lei con lei, quindi anche il gene egoista è poco soddisfatto). E se è “sposata”? Pare che ai primordi dell’agricoltura i neoagricoltori facessero un figlio ogni quattr’anni, magari nell’anno di maggese per i campi, perché sennò sapevano che non avrebbero contenuto la spinta demografica (a dimensione familiare, s’intende); in quei quattr’anni lui gnene metteva dappertutto, è ovvio; ed è possibile che il povero diavolo s’ingegnasse pure per soddisfare l’agricoloressa; ma se sgrilletta sgrilletta un giorno gli scappava di farlo normale anche se i quattr’anni non eran passati? Riborda la colpa.

(Poi arriva il cattolicesimo e “non lo fo per piacer mio”; in una delle due varianti (quella di mia nonna, ad esempio) “ma per dar dei figli a Dio”. E quindi arriva Woityla (auguri) e dice che l’orgasmo femminile è importante (sic), e che se una moglie non lo prova l’intera coppia se ne deve preoccupare e prendere a cuore la faccenda. E se invece lei lo proverebbe anche ma sono nei tre anni d’astinenza per pagarsi il mutuo? Attenzione, contraccezione, ciclo e vitalità: Lei, si prescrive, si pianti un termometro in culo.)

Lui (quando si arriva all’explicit di solito ci si rifà all’incipit, o almeno al primo paragrafo) sostiene vivamente che a lei è piaciuto. Ma a lui sarà piaciuto? C'è caso di sì, uno al sadismo s'allena (al masochismo molto molto meno). Grande grande grande scudiero Jones: “Avrei potuto violentarti. Ma è una forma d’amore troppo faticosa per me”.

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domenica, ottobre 19, 2003

E in fine?

Oggi parliamo di Spirito Santo. Niente paura: è solo un termine tecnico (una volta capito questo, la parola non può fare più paura di “endecasillabo” (la maggioranza assoluta di chi entra in questo blog oscuro come un vicoletto buio sa cos’è un endecasillabo – la maggioranza assoluta di chi entra in questo vicoletto buio essendo costituita da giuli passati, e si presume futuri)). Come non detto: c’è da aver paura. Gesù non perdona. Tutto, ma non quella roba lì, il terribile peccato contro il termine tecnico (una volta un mio amico (che poi è uno psicolabile che giura a se stesso di votare radicale perché la sinistra lo ha disgustato e che è disgustato dal Berlusca che fa propaganda alla sua parte come se stesse facendo pubblicità alla cartaigienica – ma poi la sera prima delle elezioni si fa convincere da Rutelli e dalla sua cartaigienica che bisogna votare sinistra per evitare il pericolo Berlusca)- una volta questo mio amico che si interroga sulla fede ha interrogato un parroco, e questi, scusandosi per il termine tecnico, gli ha detto che c’è un solo peccato mortale, quello contro lo Spirito Santo). Gesù viene crocifisso e va all’inferno – ovviamente ci va non perché vi sia dannato, anzi – ci va a prelevare le anime di coloro che sono vissuti prima della sua Parola ma non hanno peccato davvero (ah il cristianesimo naturale! quanto cià ragione il cattolicesimo!), solo non potevano aver ascoltato la sua Parola per biechi motivi cronologici. Gli unici che Gesù non porta con sé (eppoi va di furia, cià da fare una capata in terra a dire che è risorto) sono quelli che hanno peccato contro lo Spirito Santo.

Magari ridotta ad interiezione (uh ma quanto semantica), ma la domanda sorge spontanea: Cioè?

Di metrica so quattro cazzate in croce, ma in teologia me la cavo davvero maluccio – e la mia eterna scusante è che quel che m’interessa è quanto di mitologico mi è stato tramandato, non il testo teologico in sé; eppure a ‘sta roba ci penso, forse alla sua forma senza neppure crederci, epperò ci penso, e finisce che mi baso sul cattolicesimo semipopolare giuntomi dalle voci del mio parroco e di mia nonna piuttosto che- dove andare a cercare un manualetto di teologia? I Vangeli nella spocchiosissima edizione greca con testo a fronte tridentino valgon più del catechismo? E tutto ciò vale davvero più delle televendite spirituali di Vanna Marchi – non c’è la possibilità (sì, c’è) di un uguale equivoco alla fonte, per quanto stratificato da duemila anni di speranzoso ingegno sopraffino?

Il professor Kien (quello di Autodafé di Elias Canetti), bibliofilo ossessivo, giunge a credere possibile un ribaltamento filologico del prologo di Giovanni; non sarebbe la Parola che si è fatta carne (questa sarebbe farina del sacco di Giovanni – o magari del perfido Paolo – che un santo, lasciatemelo dire, a me non pare proprio), sarebbe (forse, chi lo sa - in quanto di quel mare è rimasto di vivo almeno in forma di parole pare non si possa trovare appiglio)- sarebbe la carne che si è fatta Parola (uau, farina del povero diavolo, ma di prima qualità), forma in cui credere – oppure no. Il peccato di Parola assume una nuova dimensione. Se me ne restavo alla mia solita omissione- se stavo zitto- avrei qualche pensiero in meno rispetto alla possibile opera di salvazione (ma di’ soltanto una Parola) che Qualcuno potrebbe anche aver voglia di fare nei miei confronti all’ultimo momento. Un tale diceva che l’inferno è vuoto. Inutile sperarci (zitto! zitto!). Ma giuro che piangerò come un cretino.

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mercoledì, ottobre 01, 2003

   In anteprima assoluta per gli orecchi che intendono la lohuela manifesta, un incipit (al breve momento senza sequitur) che non vale un'apertura. Da D,C# (Donna, Cavallo e il Re è morto. Suggestioni, metafore e strutture scacchistiche nell'Alice di Carroll, nel Sebastian Knight di Nabokov e nell'Endgame di Beckett), introduzione (C'era una volta un Re. Tempi e topoi del Nobile Gioco), paragrafo 1 (Il Nobile Gioco), righi-i uno e sgg.:

Beato colui che ha congiunto alla folle inquietudine delle 64 caselle l’ardore delle rime; egli ha così più del doppiar degli scacchi immillato il delirio sacro della poesia, vero seguace di Alekhine – diremo, parafrasando il Pushkin che nell’Onegin sovrordina alla materia di questo studio il più banale amore(n1), e citando il Dante che si porta in Paradiso un tascabile avorio metaforico per dire in un verso solo del numero innumere delle schiere angeliche(n2). D’altronde, il “Dante russo” (parola di Mandelstam(n3)) amava sì il nobil gioco ma ce ne trasfigura nelle sue opere solo miniature non Interessanti per la “autonomia” del gioco stesso (come quando nell’Onegin un Lenski sovrappensiero, per amore e forse presago della prossima foia autodistruttiva, mangia con un Pedone la propria Torre). E d’altr’onde ancora - è un pezzo che non manca mai nella borsa di mitemi del letterato la storia di Sissa a cui fa cenno l’altissimo poeta; qualcuno della mia generazione l’avrà imparata dalle storie della Disney, a tutti questa leggenda sulle origini degli Scacchi è arrivata per le misteriose vie della trasmissione culturale, di topos in topos, dalla diacronicamente remota India agli Scacchi ipermoderni in cui il suddetto Alekhine consacra il gioco come forma d’arte (o, come preferiremo noi qua, come genere paraletterario).

C’era una volta un re (con la minuscola) – e già qua dobbiamo fermarci una prima volta, congelare la posizione e controllare se siamo perlomeno in possesso dei fondamentali. La casa in basso a destra è chiara? La Donna segue il suo colore? Lo sapete che il Cavallo muove a L e che Bobby Fisher (in questo novello Alekhine) è un nazista? E soprattutto: i nomi dei pezzi hanno l’iniziale debitamente in maiuscolo?

C’era una volta un Re – la cui verosimiglianza è insignificante “come la frequenza di parti gemellari nella commedia nuova menandrea”(n4). E la prima nuova regola che daremo a questa partita sarà che per evitare equivoci (o per fomentarne di fruttuosi) assegneremo l’iniziale maiuscola a tutti i termini tecnici che abbiano un corrispettivo nella lingua non gergale dei non scacchisti; per esempio “Interessante”. Dicesi Legale una posizione sulla scacchiera che possa essere raggiunta dalla posizione iniziale dei pezzi. Dicesi Interessante una posizione sulla scacchiera che possa essere raggiunta dalla posizione iniziale dei pezzi senza grossolane Inesattezze.

Il re di cui sopra viveva convenzionalemente in India e non è chiaro che cosa gli sia successo.

C’era una volta un Re – e così comincia la leggenda degli scacchi.

n1 - Quale donna il tuo verso ha reso divina? Nessuna, amici, nessuna, lo giuro! Ho dolorosamente provato la folle inquietudine dell’amore. Beto colui che ha congiunto ad essa l’ardore delle rime; egli ha così raddoppiato il delirio sacro della poesia, vero seguace del Petrarca, ha pacificato i tormenti del cuore, e ha conquistato intanto anche la gloria; ma io, quando amavo, ero stupido e muto. Eugenio Onegin, I,58

n2 – L’incendio suo seguiva ogni scintilla;/ ed eran tante che ‘l numer loro/ più che il doppiar degli scacchi s’immilla. Paradiso, XXVIII, 90-93

n3 – Colloquio su Dante

n4 – Vicotr Shklovskij, Teoria della Prosa

postato da gorgide | 13:16 | commenti

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