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giovedì, maggio 22, 2003
SCOOP
Daniele Capezzone sta scrivendo un libro. E, visti i suoi ritmi di lavoro, lo troveremo presto in libreria.
(p.s. questo è il primo organo informativo -toh: in senso lato- sulla faccia dell'intera fottuta terra a dare questa notizia)
mercoledì, maggio 14, 2003
L' APOTA E IL BEVITORE DI URINE
Il Giuseppe Prezzolini di Benvenuto - e Pannella
1. As a young man
Bisognerà scrivere, prima o poi, un ritratto di Giuseppe Prezzolini as a young man, del povero, povero Beppino, perseguitato dal borghesissimo fratello Torello e da mille ubbìe che gli impedivano di scrivere alcunché nei temi in classe, del perfido Giuliano il Sofista che trovava consolazione in Bergson, nei baci umidi che una maestrina gli concedeva nel chiostro di Santa Maria Novella e in quelli più libreschi che Papini gli appioppava lungo il viale dei colli. Lui, lui, lui. Lui che lesse l'Estetica di Croce alle Cascine in una primavera di sole di inizio Novecento e da lì vide partire il suo crocianesimo, da quella visione del Lirismo come Domineddio che spazza via tutti i dubbi e dà il fatto loro ai fatti nostri assegnando a ciascuno di essi il proprio posto. Lui che si infila nella panca in fondo a una chiesa modernista ad abburattare avemmarie sgranando i chicchi del rosario e chiudendo gli occhi impietosamente puntati sull'animaccia sua. Lui che se ne sta sei mesi in una pensione di Genova insieme a Gianfalco (le rispettive famiglie abbandonate in Toscana) ad elaborare una nuova religione da propagandare nella barbara e giovane America. No, non è questa la sede. Giuseppe Prezzolini, quello che conta, la figura politica più importante di tutta la prima metà del secolo scorso (avete letto bene), è quello che fonda la Voce, raccoglie, organizza e accultura tutti i giovani che valevano qualcosa e scatena senza parere fascismo e antifascismo per le strade della Storia. Quella, poveri, poveri noi, con la esse maiuscola, ulteriore Domineddio risortoci in grembo dopo che Hegel e Croce ci hanno trombato. Quella in nome e nei confronti della quale possiamo (vogliamo) prenderci tutte le libertà. Fastidiosissima, l'Estetica di Croce; un tratto di spada che taglia nodi che dopo il taglio restano irrisolti; ma col coraggio della metafisica che esalta l'Arte e non il Turismo. Fastidiosissima la sua visione della Storia; che non risolve nemmeno il problema del Male nel Mondo e persino se ne frega; epperò funziona. Eccolo, ecco il quid: funziona; e non per consolarci, ma per fare politica, per trovarci di fronte ai "se" della storia che siamo noi e non rifugiarsi nell'imbecille "la storia non si fa con i se" (e con i "ma"?). Epperò, epperò, nel caso del nostro eroe funziona dove e quando. Funziona contro il giolittismo, senza riconoscere di esserne generata magari dialetticamente, se ne fa assorbire nel tratto propositivo quando l'italico geniaccio della politica conquista la Libia ed elargisce il suffragio universale maschile, ed infine lo vede spazzato via dai propri eredi, anzi da uno, tale Mussolini. "Io non la bevo" dice allora Prezzolini "Tutto ciò non è né meglio né peggio, l'Italia è un paese di furbi e di fessi, viva Caporetto e abbasso Vittorio Veneto, sapete icché? io me ne vo" e se ne andò. Mussolini diceva di se stesso di essere l'unico lembo di Voce ancora sventolante. Aveva torto, non foss'altro perché un altro vociano (in senso largo o forse strettissimo), tale Gobetti, morì venticinquenne lasciando a chi restava (a tanti ma non al Prezzolini che lo assisteva sul letto di morte) un altro lembo: quello che sventola su questo articolo, quello che avrebbe potuto sventolare nella bufera dell'Italia tutta se solo Mussolini non avesse preso il peggio del giolittismo, del furbismo, se non avesse deciso di autobiografare la nazione piuttosto che seriamente tagliar teste, magari anche quella del torinese. "Se facessi politica sarei liberale". Se, se, se. Ma Prezzolini aveva smesso di far politica, e aveva smesso per certi versi accorgendosene e per certi versi no. Non la beveva e poi si stupiva di morire di sete. Il corpo di Cristo non gli era andato giù e del proprio si giovava solo quando c'era una donna (una "la donna") nei pressi. E questa non sarebbe politica. E lo sarebbe invece (eppure lo è) ripiegarsi sul proprio istintivo schopenauerismo, senza ricordarsi nemmeno di quando s'andava (i soliti due) a lanciare versetti di Zarathustra giù da qualche erta del Casentino. Essere "conservatori", insomma. Trarre dal fatto oggettivo che nulla vale la conclusione che allora è meglio non fare ("In un tempo in cui il mal fare è tanto diffuso" diceva Montaigne "il non fare è come lodabile"). Poche cazzate: ci vuole coraggio. Mille di questi conservatori. Ma - cazzo, Giuliano, proprio non te lo ricordi? Non te lo ricordi che già lo sapevi? Già lo sapevi, lo sapevamo tutti che nulla vale, che tutto è fondato su nulla, che su questo si fonda ogni peso ed ogni leggerezza, ogni responsabilità ed ogni frizzo o lazzo magari palazzeschiano. Machiavelli e gli spaghetti pari sono, cara e porca Italia, l'uomo - non di Machiavelli ma nemmeno di Guicciardini, tantomeno di Prezzolini - magari!
2. C'è tempo per la retorica?
La prima pietra la scagliò Salvemini, che lo scambiò (non si riesce a capire quanto in malafede) per un agente fascista, lo perseguitò negli Stati Uniti e ne disse che era una variante dell'italico trasformismo. Lui. Roba da matti o da delinquenti. Sulla sua pietra Asor Rosa scrisse la parola "prezzolinismo", e la scagliò con disinvoltura. Altre ne sono seguite, una delle ultime (e più ridicole) è una lapide negata: il Comune di Firenze lo ha considerato personaggio troppo equivoco per dedicargli una strada. Dall'altra parte, l'erede etnico-spirituale Montanelli, e una sempre più folta schiera di intellettuali che all'inizio del loro percorso sapevano forse soltanto di "non essere di sinistra" e che hanno cercato qualche riferimento cultural-politico nel tardo Prezzolini, trovandone, come minimo, di esistenziali. Ora esce presso Sellerio una biografia esistenziale, scritta da Beppe Benvenuto (il curatore della pagina culturale del Foglio); un esile ma agile libretto, con un felicissimo ultimo capitolo, che ha avuto l'onore di diverse e polemiche recensioni. Il Manifesto lo ha definito, in senso tecnico metaforico, una prosopopea, un dare la voce a un morto; e il recensore ha addirittura ipotizzato l'esistenza di una genia di "uomini di Prezzolini" che a quanto pare non sarebbero troppo dissimili dagli uomini del Guicciardini deprecati dal De Sanctis - fatta magari salva la differenza che, non so l'uomo di Prezzolini, ma Prezzolini non ci guadagnò mai una lira, e questo è uno degli abissi che lo separa da me e da tutte le puttane che battono le strade dei giornali d'Italia, fra cui l'affollatissimo corso della curtura de sinistra (un ultima nota: non so se il prezzolinismo sia un vezzo di chi ama fare sberleffi al politicamente corretto, ma dire che l'Italia sarebbe "un paese che il politicamente corretto non l'ha mai visto" - mavvaffanculo, voi con la vostra falsa tolleranza e il vostro falso laicismo). Il nostro Bandinelli, amante mordace dei dissimili, ha dileggiato gli "inquieti e in cerca di verità" che nel prezzolinismo in senso lato si rifugiano - e soprattutto ha posto un suggestivo "se" storico-politico: Prezzolini, dice, aveva tutte le carte in regola (morali, persino liberali) per tornare in Italia nel secondo dopoguerra e scendere nell'agone - la resistenza morale di un prezzoliniano come Gobetti aveva fornito al paese le opzioni democratiche valide - salvo che Prezzolini, dopo aver azzeccato (si dilettava di esercizi profetico-catastrofisti) sia il fascismo ("la guerra darà spazio all'avventurismo") che la sua durata ("vent'anni"), vedeva come ineluttabile destino "un paio di secoli di comunismo", e pensava che, dopotutto, ci stava il dovere. "Se facessi politica sarei liberale"; e forse Prezzolini non fece mai (più) politica per non essere liberale. Di più: quando finalmente riniziò (auspice, se non maieuta, Montanelli) a dire di politica - lo fece con intento giustificatorio (operazione in sé nobile, intendiamoci, quando intellettualmente onesta) della propria nonuagenaria e "cadaverica" esistenza, mettendo al proprio servizio tutti gli strumenti intellettuali a propria disposizione, fino all'invettiva. Ed ecco il "caso Pannella". Montanelli ebbe a dire del nostro amato Impegno che per capirlo ci aveva messo dieci anni (e, chioserebbe Bandinelli, non ce la aveva mai fatta); Prezzolini scrisse sul Nostro un solo, irridentissimo articolo, sfottendo sanguinosamente la retorica della nonviolenza, con argomenti che sono efficacissimi se e solo se rivolti, appunto, a quella retorica, non alla cosa in sé, che, e Prezzolini avrebbe dovuto accorgersene, stava proprio allora iniziando a funzionare. Dovremo in questa sede riproporre tutta la pappardella sui nostri (nostri di tutti) successi? E non ne basterebbe uno, anche uno solo, a rendere immortale la sua possibilità di efficacia? Ma Schopenauer, e il suo corollario etico più intuitivo di nichilista realpolitica, trionfò. Ora: non so se la vita sia un'inevitabile bancarotta o una crescita non so quanto interrotta ("de l'élan - avec une entorse" diceva Tristan Corbière) - ma - come se i comunisti non stessero sterminando i tibetani, gli uiguri e i falun gong in Cina, i montagnard in Vietnam e gli omosessuali a Cuba - come se il complesso militare industriale statunitense non stesse cavalcando l'antiquata competenza di un gruppo di neoconservatori che sono solo vetero-radicali che hanno riflettuto troppo poco sugli effetti della violenza - come se la partitocrazia europea non si stesse arricchendo ogni giorno di più sulla pelle degli agricoltori africani - come se cento milioni di fiche tagliate facessero parte di una fisiologica cultura stupratoria relativamente equivalente a tutte le altre - come se - Ma un povero, povero radicale con una grande fiducia nel valore della propria formazione primonovecentesca non può che adorare questo Dedalus perso nel se stesso che disprezza peggio di un Antistene - senza nemmeno una, nemmeno una fede - o forse con la religione dell'indipendenza e di una chiavata anziana, chiavata sana. Non c'è tempo per la retorica. Si tratta di non far fallimento.
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