DEREBUS: la lohuela manifesta

mercoledì, aprile 30, 2003

...le figure

de'rebus (sic stantibus) nature

(...)

O la sofistica gorgia

che mi lustra e mi sgargia

la lohuela manifesta...

(da De rebus naturae - poema saggio epico-comico-didascalico, a cura di Giulio Gorgide, nella versione quasi italiana di un omonimo fiorentino; disponibile nella sua stesura patafisica su Wanted)

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di slancio - con torsione (tristano corbière)

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DEAR DIRTY DUBLIN

1. The Spire

Il "Monumento alla luce" è ancora spento, e non si vede chi sappia premere l'interruttore. Doveva essere la punta, se non di diamante, d'alluminio della Dublino del 2000 (leggi: 1° gennaio del), ma l'inclemenza dei tempi, atmosferici e d'opinione, hanno ritardato il tutto di anno in anno, e solo da gennaio la statua di Joyce in Earl street può ammirare sopra di sé lo "Spire" (la "guglia"), un obelisco futuristico alto 120 metri sito là dove fino al febbraio del 1966 l'ammiraglio Nelson scrutava la capitale dell'unica ex colonia europea del suo Impero. Ci aveva pensato l'Ira, con un'insolita bomba, a scalzarlo da quel piedistallo, 45 anni dopo l'indipendenza politica del paese e 12 anni prima della sua indipendenza monetaria con l'entrata nell'Europa economica, e fasciato dalle luci di potenti riflettori si potrà forse dire bello il suo impersonale sostituto, ma per ora l'esile base del "tubo di stufa" (come viene chiamato) è ancora avvolta in una nera fasciatura di plastica, e tutt'intorno c'è la solita "Dear Dirty Dublin" piena di spazzatura, mentre l'unico cambiamento percepibile è che da tre mesi della metropoli ibernica si può dire: cosa accade sotto la sottile ombra dello Spire?
Questo segnavento, senz'altro, vorrebbe annunciarne uno nuovo, a soffiare lungo la Liffey mentre infuria la bufera nelle gazzette, per quanto i newsboys che mimavano piccoli eoli nell'Ulisse si siano tramutati in panciuti e statici signori con grassi cordoni di carne sulla nuca che stazionano alle loro piccole edicole vendendo lo Herald. Ma c'è solo un gran guardar per aria, almeno lungo O'Connell street, dove i lavori proseguono, precludendo alla vista persino quella Anna Livia Plurabelle ("the floozie in the jacuzzi", "la majala nella jacuzzi") che nel Finnegan's wake è personificazione del fiume cittadino, e delle sue pantegane. Se c'è qualcosa di emblematico nella nuova struttura è nel ritardo del suo completamento, nel suo essere l'oggetto che ha fatto arrivare allo Irish Times (nelle parole del suo direttore) "più lettere denigratorie di qualsiasi altro argomento negli ultimi anni". Eppure quando, tre mesi fa, l'altissima gru ha deposto l'ultimo affilato segmento, da terra è partito un applauso. Centinaia di persone hanno sentito all'unisono che uno slanciato cono verso il cielo, con la base di tre metri e un'altezza doppia di qualsiasi altro edificio cittadino, può essere bello. La critica che si sentiva più spesso ("meaningless", "non significa nulla") pareva all'improvviso aver perso significato. Un colpo di genio dei committenti: rimpiazzare Nelson, senza dar l'impressione di unirsi all'altro appaluso, quello che nel'66 la Dublino che si destava tributò alle macerie dello stramaledetto petroso inglese. Lo Spire vuole essere un monumento europeo, di puro, forse mero, svettante ottimismo. Una celebrazione della (quasi ex) "tigre celtica", con i suoi pub, e con i suoi ostelli traboccanti di italiani, francesi, spagnoli e argentini - in cerca di un lavoro che non è più così facile trovare.

2. What... (as shakespearian said)?

Cos'è l'Irlanda? Cosa Dublino? L'Irlanda è un paese che ha nella sua costituzione più riferimenti alla Santa Trinità, a Dio, Gesù, Sacra Famiglia e Roba Sacra in generale di forse qualsiasi altro al mondo. Ha legalizzato il divorzio solo nel '95 e di aborto si può a malapena parlare. 'E un paese in cui, prima che la guerra in Iraq conquistasse la ribalta, i giornali hanno dibattuto per mesi su un'unica questione: è troppo lieve o addirittura scandalosamente lieve la pena di 20000 euro e qualche mese di galera con la condizionale inflitta a Tim Allen, direttore dimissionatosi di un istituto alberghiero, colpevole di possesso di materiale pedofilo e dettosi in aula disgustato del proprio crimine? Dublino è una città, davvero cara e davvero sporca, che pullula di briachi e di bande di bambini spesso malintenzionati. A livello di chiasso, ogni giorno è come il nostro sabato sera, ogni sabato sera è come capodanno, e ogni Saint Patrick è come capodanno del 2000. La polizia può fermarti anche solo se dài un'occhiata alla vetrina della libreria dello Sinn Feinn, e comunque in generale preferisce prima ammanettarti e poi chiederti se sei sobrio o meno. 'E una città in cui è comunque preferibile imbattersi nella polizia piuttosto che in una banda di bambini.
Che cosa è successo in Irlanda e a Dublino negli ultimi tre mesi? 'E successo -che i prezzi sono aumentati vertiginosamente, -che i posti di lavoro sono diminuiti, -che è cominciata la sperimentazione della cannabis terapeutica all'ospedale di Waterford (che l'anno prossimo, se funziona, sarà estesa a tutta la repubblica), -che la base militare aereoportuale americana di Shannon è stata messa sotto assedio dai pacifisti ed ha addirittura visto sventolare sulla propria torre di controllo la bandiera del Partito della Rifondazione Comunista (sic, quello italiano), -che la manifestazione mondiale per la pace ha visto almeno nove partecipanti firmatari della proposta Pannella (convinti dal sottoscritto), -che il Taoiseach (cioè il primo ministro) mr Ahern ha portato come ogni anno il trifoglio simbolo nazionale al Presidente statunitense e che quel giorno la Rira (real irish republican army) ha messo una bomba al tribunale di Belfast, -e che lassù, nelle terre irredente dell'Irlanda unita, c'è una gran polemica sull'anagrafe elettorale con rischio di morti in confronto alla quale i morti votanti che ci fecero mancare il quorum nel '99 sono (letteralmente) nulla, -che sia lassù che quaggiù nella capitale parlare di nonviolenza e di sciopero della fame dà adito a imbarazzanti dibattiti sulla grandezza di Bobby Sands e sulla mistica dell'apprendimento del gaelico (le cui vocali, sia detto per inciso, sono comunque più pronunciabili di quelle inglesi).

3. What a signature - the mockery of it

Dublino è una anti-città, di molto più larga che alta, costruita dagli invasori vichinghi e lungamente governata dagli invasori inglesi, abitata da un popolo refrattario al concetto stesso di città. Era tabù druidico che non si potesse pregare la divinità sotto un tetto o fra quattro mura, e i monaci che salvarono l'intero corpus della letteratura latina dall'oblio, lo fecero ricopiando all'aria aperta. Persino dolmen e menhir che fanno tanto celtico non sono opera degli irlandesi, bensì di un popolo precedente, e lo Spire è forse la prima colonna eretta (e con quanta difficoltà) da un popolo terra terra. Quando Joyce, innamorato della propria città, si mise a renderne coerenti tutte le possibili mitizzazioni - si trovò di fronte a una paradossale scarsezza di materiale. Ogni posto per quanto desolato dell'isola pullula di fate e di leggende sconce o sanguinarie; le città molto meno. Né lo poteva soccorrere il grande sponsor dell'irish revival, quell'antipaticissimo Yeats che aveva preso la mitologia delle origini, la aveva "depurata" di sesso e gusto dell'assassinio (o, se si vuole, contaminata di sessuofobia e moralismo), e la aveva resa ben versificata e innocua.
Dove, dunque, pregare, mitizzare, ritualizzare lo scambio, trascrivere nel simbolismo di un contraddittorio l'atavica voglia di sangue - dove fare politica in questa agorà meno dilatata fra le case dalla pressione di un popolo che sgombrata da 'esterne' forze storiche? E la politica, poi, bisogna farla per forza? Qualcuno chiese a Joyce (almeno nella finzione di una pièce di Tom Stoppard) che cosa stesse facendo, che cosa avesse fatto, durante la prima guerra mondiale; meritandosi come risposta un serafico "I wrote Ulysses. What did you do?". Per quanto si possa escludere (oppure no) che sia una 'giustificazione' di pari efficacia dire che l'Ulysses lo si sta leggendo, è buffo vedere come l'antiradicale amleto joyciano, nell'Ulysses stesso, manifesti la propria estraneità alla politica. Passando di fronte a un tavolino di raccolta firme allestito da un pararadicale d'epoca a proposito di proposte di legge prossime anche cronologicamente alla sacrosantità (una per tutte, il voto alle donne), Stephen Dedalus nega quasi sdegnoso la propria firma; a quanto pare, lui ha da fare altro; che può essere scrivere un Ulysses, oppure leggerlo, o cadere in estasi epifaniche di fronte a una bella figliola che si fa il bagno o grattarsi la pancia sul divano di casa. Di più: Dedalus si nega al confronto, di 'sta roba, della politica, non vuole manco sentir parlare; quasi dando retta a quanto il Dalai Lama dirà qualche decennio più tardi a proposito del proselitismo: "Se tentassi di convertire qualcuno rischierei di sottrarre energia alla sua precedente convinzione senza per questo portarlo alla mia". Se non credi in qualcosa, insomma, sono karma tuoi, e, per quanto la più o meno assoluta modernità (occidentale?) si configuri anche come l'accettazione di questa sfida, possiamo gioire vendendo vittoriosa in alcuni la religione dell'arte su quella della politica, anche a prezzo di un mancato dibattito. Tanto più che la non apposizione del suo ridicolo nome da parte di Dedalus (che, fossi stato il tavolinante, mi avrebbe forse fatto schiumare) ha un parallelo religioso al limiti del perfetto: al capezzale di sua madre morente, l'avaro figliolo non cede alle preghiere di convertirsi, di comunicarsi, o almeno di inginocchiarsi capitolando di fronte al Signore; un'altra religione (ed in senso quanto proprio, esclusivo, geloso) scansata a prezzo di veder spirare la genitrice senza darle requie né sollievo. Poco importa che la giustificazione che Stephen dà del suo rifiuto sia estetica, soprattutto quando si viene a sapere che anche il modello reale del tavolinante da lui sdegnato è morto della propria religiosa morte, arruolatosi volontario nell'esercito britannico ("per dare maggior peso alla componente irlandese e democratica dell'impero"), in qualche trincea di Verdun.
Ma se non io, chi? E se Joyce avesse dovuto farsi questa domanda, chi? Dopo una certa età, vattelappesca. Ma da bimbo il Nostro, e con lui tutta una nazione, ebbe un eroe: Parnell, politico liberal-nazionale che cadde in disgrazia per via di uno scandalo adulterino, lapidato ovviamente dalla grande meretrice sedicente senza peccato. Il giovanissimo James scrisse un perduto poema di lode, in raffinatissimi pentametri giambici, sul suo sconfitto preferito, e su ciò, su questa disperanza estetica, chiudiamo questo sciatto articolo in lode di Pannella, sperando (ma sarò speranza?) che gli "unageing intellects" di Yeats abbiano più attinenza colla realtà di quanto sembrano, e di quanto denuncino i diminuitissimi vecchi di Beckett. Riusciremo, ed è capitale, a crescere ogni giorno piuttosto che a diminuire sia pure giovanneamente? Riusciremo a diventare moderni (anzi assolutamente) restando (anzi crescendo in quanto) letterati? Oppure ammazzeremo nostra madre e il nostro zio realpolitico, delegando ad altri anche solo di raccontarci e al Fortebraccio americano (come ha detto Marc Fumaroli in questi giorni) di levarci dai guai?
A Lui va il mio voto di vivente, per quanto poco
vigente. Risorgeremo mai liberalmente?
E almeno accendessero 'sto Spire!








postato da gorgide | 21:56 | commenti

mercoledì, aprile 16, 2003

www.disobbedisco.com

 

postato da gorgide | 00:37 | commenti

la natura non sbaglia mai, salvo per divertimento (tristano sciandi)

postato da gorgide | 00:14 | commenti (1)

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